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Farmaci per patologie complesse: «Permettere il ritiro nelle farmacie del territorio»

L'emendamento proposto dall'onorevole Gemmato eviterebbe ai cittadini di doversi recare in ospedale per ottenerli

Un emendamento per permettere ai cittadini che necessitano di farmaci per patologie complesse, di solito ritirati dalle farmacie degli ospedali, di poterli ritirare in qualunque farmacia. Un modo per evitare ai cittadini di recarsi nei nosocomi, con le conseguenti problematiche al momento legate alla diffusione del Coronavirus. A presentarlo il segretario della Commissione Affari sociali alla Camera dei Deputati, on. Marcello Gemmato.

«Ho proposto ai colleghi di Fratelli d'Italia al Senato un mio emendamento al DL "Cura Italia" finalizzato a interrompere la cosiddetta "distribuzione diretta dei farmaci" per il tramite delle strutture sanitarie pubbliche fino alla cessazione dello stato di emergenza determinata dall'epidemia causata dal virus SARS-COV-2 e a consentire, di conseguenza, alle farmacie convenzionate con il SSN di distribuire anche farmaci per patologie complesse».

«Appare evidente una serie di vantaggi derivanti dalla proposta emendativa - aggiunge - innanzitutto si limiterebbe notevolmente il rischio di aumento del numero dei contagi; in questo momento, infatti, recarsi in un ospedale o in una farmacia pubblica per prendere un farmaco, che potrebbe essere comodamente acquistato in una vicina farmacia, risulta molto rischioso per l'alta probabilità di contrarre il virus. Consentire, invece, a tutte le farmacie di distribuire anche i farmaci per patologie complesse, limiterebbe questo grave rischio ai pazienti e determinerebbe inoltre una notevole riduzione degli spostamenti da casa da parte dei cittadini così come ordinato dalle autorità. A questa importante motivazione se ne aggiungono altre, ormai note da anni: dal punto di vista sociale ed economico, infatti, le cronache evidenziano continui e pesanti disagi per i malati e i loro familiari, soprattutto per quelli che vivono in piccole comunità lontane dalle strutture sanitarie pubbliche e mal collegate dai trasporti pubblici. Questi, infatti, sono costretti ad affrontare gravosi e onerosi spostamenti per ottenere medicinali che potrebbero più facilmente ritirare in una farmacia poco distante dalla propria abitazione».

«Sotto il profilo strettamente economico - conclude - è noto che il meccanismo della distribuzione diretta dei farmaci impone alle strutture pubbliche notevoli costi sommersi come quelli afferenti alla gestione delle gare e del magazzino, ai farmaci scaduti, ai continui furti milionari di medicinali e agli sprechi di medicinali dovuti alla dispensazione eccessiva (infatti a volte i pazienti muoiono o cambiano terapia), al personale dedicato nonché costi fissi di varia natura. Sotto il profilo sanitario, invece, l'impossibilità da parte dei medici delle strutture pubbliche di seguire adeguatamente i pazienti nel corso delle loro terapie farmacologiche determina, tra le tante, problematiche di compliance che causano l'aggravamento della patologia, la necessità di costosi ricoveri e cure più invasive e onerose rispetto all'assunzione di farmaci. Tutto ciò provoca aumenti di costi a carico dei pazienti ma soprattutto dello Stato. È chiaro, dunque, che soprattutto nello stato di emergenza che stiamo vivendo sarebbe opportuno bloccare la "distribuzione diretta dei farmaci" e pensare anche a future e più attente valutazioni dell'intero meccanismo che non appare efficace né efficiente né economico».
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