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Cronaca

Arresto ex procuratore di Trani, in manette anche tre imprenditori della provincia di Bari

Coinvolti nell'indagine Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo oltre a Capristo e al poliziotto Scivattaro. L'accusa è di aver fatto pressioni su un magistrato

Ci sono anche tre imprenditori operativi in provincia di Bari fra gli arrestati nell'ambito dell'inchiesta che ha portato in manette Carlo Maria Capristo, procuratore di Taranto ed ex procuratore capo di Trani. Si tratta di Mancazzo Giuseppe, Mancazzo Cosimo e Mancazzo Gaetano, arrestati insieme a un quinto uomo, Scivittaro Michele, ispettore della polizia di Stato in servizio presso la Questura di Taranto, distaccato presso gli uffici della Procura tarantina. Nei confronti dei cinque soggetti è stata applicata la misura cautelare della custodia agli arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni. Sono state svolte le perquisizioni locali e personali nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro degli indagati, nonché di altri soggetti e di un altro indagato appartenente all'ordine giudiziario, nei cui confronti si procede per abuso di ufficio e favoreggiamento personale. Ad eseguire gli arresti per i reati ipotizzati contro la pubblica amministrazione, contro il patrimonio, contro la fede pubblica e contro l'amministrazione della giustizia, sono stati il nucleo di polizia economico–finanziario di Potenza, la sezione di polizia giudiziaria aliquota Guardia di Finanza di Potenza e la squadra mobile della Questura di Potenza, che avevano condotto le indagini delegate dalla Procura lucana.

Gli indagati sono stati ritenuti dal Gip di Potenza, che coordina le indagini e che ha emesso i mandati di arresto, gravemente indiziati del delitto di cui agli articoli 110, 56-319 quater CP. Dalle indagini è emerso un concorso e un accordo fra gli indagati: Capristo in qualità di procuratore della Repubblica di Taranto (e già di procuratore della Repubblica a Trani), Scivittaro quale Ispettore della polizia di Stato utilizzato da Capristo per la materiale esecuzione del reato, i Mancazzo quali imprenditori pugliesi, legati a Capristo, mandanti dell'azione delittuosa. I cinque avrebbero compiuto atti minatori per indurre un giovane sostituto procuratore della Repubblica in servizio nella Procura di Trani, a perseguire in sede penale, senza che ne ricorressero i presupposti di fatto e diritto, la persona che loro stessi avevano infondatamente denunciato per usura in loro danno. Così facendo, gli indagati avrebbero ottenuto indebiti vantaggi economici e i benefici di legge conseguenti allo status di soggetti vittima di usura. II reato, tuttavia, non è stato commesso per via della della ferma opposizione del giovane magistrato tranese, che i sospetti avrebbero voluto coinvgere per "aggiustare" il processo in loro favore.

Il giovane Pm, invece, ha denunciato i fatti, facendo risultare decisiva la sua collaborazione, permettendo alla Procura di Potenza di sviluppare le indagini sfociate nelle misure cautelari di oggi. La vicenda processuale a cui gli indagati si sarebbero interessati, peraltro, dopo la denuncia del giovane pubblico ministero era stata direttamente trattata dallo stesso Procuratore della Repubblica di Trani dell'epoca, che aveva chiesto di archiviare la notizia di reato. Di seguito, in ragione dell'infondatezza di tale richiesta, l'indagine venne avocata dalla Procura Generale di Bari, che la trasmise per competenza funzionale alla Procura potentina, la quale avviò un anno fa le indagini.

Capristo e Scivittaro, inoltre, sono stati ritenuti dal Gip, gravemente indiziati anche del delitto truffa in danno dello Stato e falso, in relazione a presunti casi di assenteismo di Scivattaro. Gli inquirenti ritengono che i due avrebbero falsificato ideologicamente la documentazione riflettente la presenza, per ragioni lavorative, presso la Procura di Taranto di Scivittaro, che era stato distaccato dalla Questura alla Procura di Taranto.

Dalle indagini emerge che Scivittaro, con l'avallo del procuratore Capristo, che controfirmava le sue presenze in servizio e i suoi straordinari mai prestati, anziché lavorare presso la Procura o nell'interesse della Procura, rimaneva a casa, o si occupava di adempiere a incombenze di tipo personale o sbrigava faccende d'interesse di Capristo.
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