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Calcio

“I Ribelli degli Stadi”, intervista a Pierluigi Spagnolo: «Curve specchio della società»

Il giornalista barese ospite di BariViva: «Racconto gli ultras con passione e amore per la verità»

Ultimi romantici nell'era del calcio degli affari o teppisti? Colorati esponenti della viscerale passione italica per il pallone o frange estremiste della società più violenta? Gli ultras degli stadi sono tutto questo e molto di più. Ripercorrerne la storia è esercizio fascinoso e utile a portare alla luce aspetti della società italiana che con leggerezza si tende a nascondere sotto il tappeto.

A farsi carico di questa impresa è il giornalista barese de La Gazzetta dello Sport Pierluigi Spagnolo, autore del volume "I Ribelli degli Stadi. Una Storia del Movimento Ultras Italiano", uscito a maggio scorso per Odoya (Bologna).

In 284 pagine Spagnolo offre una storiografia dettagliata delle curve italiane, dai primi nuclei embrionali fino ai giorni degli stadi deserti, delle pay-tv e del calcio sempre più slegato dalla sua dimensione popolare. Soffermandosi con perizia sui laboriosi aspetti normativi che hanno accompagnato le vicende delle curve fino alla nostra epoca, definita della "repressione", il volume traccia le linee-guida per leggere la "sottocultura ultras" senza i filtri che la stampa ha imposto in cinquant'anni di articoli e servizi radio-tv, facendo puntuale ricorso a studi di sociologi e criminologi, documenti originali dell'epoca e aneddoti vissuti dallo stesso Spagnolo in vent'anni di "gradoni".

Ecco, quindi, che ne "I Ribelli degli Stadi" compaiono, descritti con prosa snella, uno affianco all'altro i fatti di violenza che hanno bagnato di sangue gli stadi e le strade italiane (dal caso Plaitano agli omicidi Raciti-Sandri del 2007, fino alla recente morte di Ciro Esposito) e gli elementi scenografici e goliardici propri dell'aggregazione ultras, categoria resasi autrice anche di lodevoli iniziative solidali.

Lo yin e lo yang di una dimensione connaturata a un calcio che in troppe occasioni, per moralismo o per convenienza, ha provato a prenderne le distanze, senza accorgersi di non poter esistere senza di essa. Un mondo ricco di contraddizioni ma anche di fascino, tanto da influenzare la musica pop (Gli Statuto, la più nota band ultras che ha fatto scuola in Italia, così come l'avevano fatta i Cockney Rejects in Inghilterra), il cinema e la letteratura, come racconta lo stesso autore in appendice al libro.

Abbiamo avuto il piacere di ospitare sulle colonne di BariViva Pierluigi Spagnolo per approfondire alcuni temi dell'opera e fare le carte al calcio tifato che è stato e che verrà.

Nel 2018 ricorrono i cinquant'anni dall'esplosione dei movimenti giovanili del 1968, periodo storico con cui si fa coincidere anche la nascita del primo gruppo ultras organizzato, la Fossa dei Leoni del Milan. Da dove nasce l'esigenza di ricostruire storicamente un fenomeno che è riflesso della società italiana dell'ultimo mezzo secolo (ma anche di più)?

Non è un caso che il mondo ultras italiano si sviluppi proprio a partire dal 1968, con la nascita della Fossa dei Leoni del Milan sulla rampa 18 di San Siro, tra le contestazioni giovanili e le turbolenze della società italiana, portando con sé proprio quello spirito antagonista e quella forte conflittualità. Con "I Ribelli degli Stadi" ho cercato di ricostruire la storia del tifo italiano per due motivi: passione e gusto per la verità. Perché sono da sempre affascinato dal mondo del tifo, dall'aggregazione spontanea e trasversale che nasce nelle curve, ancora più di quanto sia innamorato del calcio in sé. E poi perché il mondo ultras è stato sempre - secondo me - raccontato male e con superficialità, ben oltre i fisiologici errori di un universo così complesso.

Che lo si ami o lo si odi, il tema degli ultras è come pochi capace di accendere gli animi in qualsiasi discussione. Nel suo libro, però, il punto di vista rimane sempre vicino alla terzietà propria dello storiografo. Tuttavia, nella parte finale i toni si fanno piuttosto critici nei confronti del "sistema calcio" contemporaneo; s'intuisce che anche a lei il cosiddetto "calcio moderno" non faccia fare i salti di gioia…

Non mi piace un calcio in cui le esigenze televisive determinano le giornate e gli orari delle partite, in barba alla passione dei tifosi. Non mi piace un campionato in cui non si gioca più in contemporanea, in cui il tifoso viene visto solo come un cliente. Se intendiamo genericamente per "calcio moderno" questo calcio ossessionato dall'esigenza di aprirsi a nuovi mercati, magari nell'estremo Oriente, dominato dalle pay-tv, certamente posso dire di non apprezzarlo.

Gli ultras, fin dalla nascita del movimento, si sono saputi distinguere per iniziative spontanee di solidarietà, oltre che per il colore che portano nelle curve e, in tempi recenti, anche per essere gli ultimi ostinati a lottare contro lo spopolamento degli stadi. Perché, secondo lei, questi concetti non riescono a "fare breccia" negli organi di stampa, che preferiscono di solito soffermarsi sui fatti di violenza (che pure esistono e vanno stigmatizzati)?

Le brutte notizie fanno sempre più rumore delle buone notizie, e questo si sa, vale per tutti. Quindi purtroppo è ovvio che uno scontro tra ultras fuori dallo stadio faccia più notizia di un torneo tra tifoserie per raccogliere fondi per i terremotati. Poi, più in generale, è un problema di approccio con il fenomeno. Il mondo ultras è molto complesso e spesso ostile a farsi raccontare. Conoscendolo poco, l'informazione mainstream generalmente tende ad etichettarlo e a condannarlo a priori, come si tende a fare quando non si comprende un fenomeno oppure questo non ci piace.

Curve e politica: un binomio che percorre la sua cronistoria come un fiume carsico, pronto a fare la sua comparsa a intervalli regolari. Recenti episodi di antisemitismo, con protagoniste ancora le due curve romane, hanno rinfocolato le polemiche su un tema che sembra urtare più di altri l'opinione pubblica italiana. Ma qual è la reale consapevolezza politico-ideologica che accompagna gli ultras delle curve, siano essi di "destra" o di "sinistra"?

Da anni provo a dire: le curve sono lo specchio della società che c'è fuori dagli stadi, non sono un luogo né migliore e né peggiore. Sono uno spaccato preciso della realtà, della città che rappresentano. Se nella nostra società c'è violenza, razzismo e malaffare, il rischio concreto che questi fenomeni si ritrovino anche sui gradoni di uno stadio ovviamente c'è. E spesso nelle curve si attinge - per gli sfottò agli avversari e nelle rivalità più dure - ad immagini becere e grevi che sono proprie del linguaggio della politica estrema.

In più punti del libro si parla dei ribelli degli stadi come «La più longeva sottocultura italiana». Quello degli ultras è un fenomeno peculiare del Bel Paese, che però ha illustri termini di paragone soprattutto in Gran Bretagna e Sud America, ma anche nei paesi dell'ex Unione Sovietica, in Polonia, Olanda, Germania, Grecia e Turchia tra le altre. Quali sono le differenze principali del fare tifo in tutto il mondo?

Gli ultras sono la sottocultura più longeva perché non esiste un'altra forma di aggregazione giovanile in Italia nata negli anni '60-'70 e sopravvissuta sino ad oggi, pur con numeri e forme differenti. I partiti si sono tutti trasformati, le associazioni sono cambiate, le mode e le tendenze sono morte, i luoghi di ritrovo, i sindacati sono cambiati. Soltanto le curve di ogni città sono gli stessi luoghi di aggregazione ancora oggi, da decenni, per decine di migliaia di persone. Pensiamo a Bari: cinema, club, discoteche, partiti, associazioni, luoghi di ritrovo attuali sono tutti cambiati rispetto agli anni '70-'80-'90, ma la curva Nord (prima dello stadio Della Vittoria e oggi del San Nicola) resta ogni settimana il luogo del cuore per migliaia di tifosi biancorossi. Il mondo ultras italiano ha preso spunto dal tifo britannico e sudamericano, negli anni '60-'70, poi però è diventato un modello per tutta Europa e non solo. La caratteristica del tifo italiano si può sintetizzare nella presenza di un gruppo, con un direttivo che prende le decisioni, con uno striscione e un nome in cui identificarsi, con un tifo fatto di cori, battimani e ritmi scanditi dai tamburi, guidato da chi ha proprio il compito di coordinare il tifo. Oggi il mondo ultras in Europa è molto forte, ma spesso nell'Est europeo si intreccia con logiche paramilitari che secondo me snaturano il principio di base, l'essere tifosi.

A tal proposito, quest'anno c'è il Mondiale (senza Italia, ahinoi) in casa della Russia, nazione che esprime una tifoseria piuttosto irrequieta, distintasi due anni fa in Francia durante gli ultimi Europei per gravi intemperanze che hanno addirittura portato il UEFA a minacciare la squalifica della Federazione russa. Cosa dobbiamo aspettarci, dal punto di vista dell'ordine pubblico, dalla Coppa del Mondo dei tifosi a giugno?

Sarà un Mondiale caldissimo sul fronte dell'ordine pubblico, perché - come accennavo - molte tifoserie (Russia e Paesi dell'Europa dell'Est) sono in realtà più formazioni paramilitari che veri gruppi ultras, almeno per come li intendo io.

Nella parte conclusiva del suo volume si discute molto approfonditamente della Tessera del Tifoso, una misura introdotta nel 2010 dal governo Berlusconi-Maroni e che avrebbe dovuto riportare le famiglie agli stadi, ma che a conti fatti ha solo dato il colpo del KO alle presenze sui gradoni dei vari impianti, da Nord a Sud. A inizio campionato si ragionava di una rimozione della TdT, ma ora la discussione sembra essersi sgonfiata. Quali sono gli scenari a medio-lungo termine?

In realtà sulla Tessera del Tifoso, vero e proprio flop che ha soltanto allontanato il pubblico dagli stadi, a partire dalla scorsa estate c'è stato un dietrofront. Quest'anno le trasferte consentite solo ai tesserati sono meno rispetto al passato e molte tifoserie (penso ai sampdoriani e agli atalantini) sono tornate a viaggiare, ad andare in trasferta. Credo che la strada sia ormai tracciata, salvo imprevisti...

Guardando ai "fatti di casa nostra", dopo il disastro sportivo e morale del 2011 e lo scioglimento dello storico gruppo UCN, con l'uscita di scena della famiglia Matarrese la Curva Nord del Bari è tornata agli antichi splendori, confermandosi per distacco la piazza più calda della Serie B e facendo invidia a moltissime altre realtà della Serie A. Qual è, secondo la sua ventennale esperienza negli stadi, l'ingrediente segreto che rende Bari una città così magica per il tifo da stadio, "oltre la categoria" e "al di là del risultato"?

Credo che la passionalità che il tifoso barese mette quando è allo stadio sia frutto del temperamento esuberante e dell'identità forte che caratterizza ogni barese, in generale, in ogni ambito. Nonostante il Bari sia in B da ormai troppi anni, il San Nicola resta lo stadio con più pubblico della categoria. E nel girone di ritorno, quando le partite conteranno ancora di più, la squadra di Grosso potrà sempre contare sul grande sostegno della Curva Nord e in generale del pubblico del San Nicola.

Riflessione finale sul calcio giocato. Dopo un girone d'andata sorprendente, il Bari di Grosso ha gettato la maschera avanzando la sua forte candidatura a un posto in Serie A. Cosa dobbiamo aspettarci da qui a fine campionato per il Galletto e il suo giovane allenatore?

Il giudizio sul girone d'andata è positivo. Il Bari è terzo, a pochi punti dalle prime due. Perché non dovremmo inseguire la promozione diretta o meritarci un posto nei playoff? Serve crederci, e sono certo che tutto l'ambiente ci crederà, fino all'ultima giornata.
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