bari feralpisalo. <span>Foto ssc bari</span>
bari feralpisalo. Foto ssc bari
Calcio

SSC Bari, un fallimento su tutta la linea

L'eliminazione contro la FeralpiSalò certifica una stagione disastrosa. Il club imparerà dai suoi errori?

Un fallimento su tutta la linea, un progetto naufragato senza gloria. Edulcorare l'immagine significherebbe non rendere fino in fondo le dimensioni della disastrosa stagione della SSC Bari, chiusa inopinatamente al primo turno nazionale playoff. D'altra parte, se non ti bastano 180' per fare un goal (uno solo) alla FeralpiSalò, difficilmente puoi continuare a nascondere la sporcizia sotto il tappeto.

Commentare la partita è un esercizio difficile, doloroso, ma non vano. Sì, perché il doppio confronto contro la squadra gardesana tratteggia alla perfezione il contorno di un'annata iniziata male, proseguita malissimo, finita nella mediocrità più generale. Partita d'andata praticamente non giocata per un'ora e passa, con un paio di ottime occasioni sprecate nella ripresa. Partita di ritorno? Stesso copione, ma al contrario. Primo tempo di buon livello, ripresa totalmente insulsa. Quando, poi, Marras e Antenucci nei primi 20' di gioco sbagliano due goal che per calciatori del loro tasso tecnico dovrebbero essere elementari, allora vuol dire che la squadra del Bari si inchioda da sola alle sue responsabilità.

Già, le responsabilità. Ognuno ha le sue, ma c'è chi deve portarsi dietro un fardello più grosso rispetto agli altri. Sì, perché se già prima dei playoff Auteri aveva pochissime chance di riconferma, l'epilogo mesto di un'avventura mesta e le speranze del tecnico siciliano si avvicinano allo zero. Quanto alla squadra, c'è poco da aggiungere rispetto a quanto detto nei mesi passati: un gruppo che non si è mai formato, con evidentissimi limiti tecnici e ancor più evidenti limiti caratteriali. Anche qui, lo "zero" nella casella dei goal segnati contro la FeralpiSalò (che passa il turno con pienissimo merito) in due partite è un segnale inequivocabile. «La squadra sta bene», diceva Auteri alla vigilia. «La squadra era stanca», è stata la versione del tecnico nel post. Insomma, la confusione regna sovrana. Parlare al 26 maggio di calciatori che sono arrivati tardi e non si sono inseriti, poi, è l'ennesima scusa di cui non avevamo bisogno.

Eh sì, perché il tempo degli alibi, delle giustificazioni, del "free climbing" sugli specchi è definitivamente finito. «A fine stagione faremo i conti e mi prenderò le mie responsabilità», diceva Luigi De Laurentiis presentando l'Auteri bis, a due partite dalla fine del campionato regolare. Bene, la stagione è adesso finita sul serio, e il momento di tirare la riga e guardare in faccia la realtà non può più essere procrastinato.

D'altra parte, qualcuno dovrà pure fare "mea culpa": un club che in nove mesi non ne azzecca neanche una è quasi da Guinness dei record. A cominciare da quel mese di assordante silenzio fra la sconfitta nella finale 2020 e l'inizio del campionato successivo. «Non sapevamo come avrebbero reagito mister e calciatori a quella delusione», avrebbe detto sempre LDL molto dopo, spiegando il perché della cacciata di Vivarini e della squadra dell'anno scorso. I fatti (e quelli non si possono ignorare, aggirare, modificare) hanno dimostrato la debolezza di quella scelta e l'incongruenza della relativa spiegazione. Rivoluzionare sempre e comunque è un inutile spreco di risorse (economiche, innanzitutto) che possono essere veicolate molto meglio; basterebbe un assetto societario più cristallino e presente, fondamentale ora che bisognerà ricostruire dalle macerie di una squadra difficilmente confermabile.

Sempre i fatti, d'altronde, ci hanno consegnato un'altra verità: la squadra del Bari deve essere fatta a Bari. Scegliere un direttore sportivo (Romairone) compiacente o comunque non libero di muoversi autonomamente rispetto a Napoli è un investimento a perdere. E di perdere a un certo punto ci si stanca. La decisione di smobilitare la squadra a gennaio (via Montalto, D'Orazio, Simeri, Hamlili, Corsinelli e compagnia per soli calciatori, e di rango inferiore) e restare da febbraio a maggio senza diesse, poi, si è rivelata l'ennesima autorete. Cambiare tecnico per poi richiamare il vecchio è stata la mossa finale di chi ci ha capito meno di poco.

Eppure l'agonia conclusasi ieri sul terreno del San Nicola può e deve servire nel percorso di costruzione di una società sì giovane, ma ormai non più giovanissima. Innanzitutto: comunicare. I tifosi non sono clienti qualsiasi di un'azienda qualsiasi; sono il motivo per cui esiste una società di calcio, senza la loro fiducia ci si può benissimo dedicare ad altro. Secondo: indipendenza. Napoli è Napoli, Bari è Bari, e i due piani devono restare separati. Terzo: programmare. Il momento di annunciare il direttore sportivo e di lavorare sulla nuova stagione è arrivato, non c'è un attimo da perdere. Con il cinema in crisi, il Napoli fuori dalla Champions e il Bari ancora in C, è assolutamente normale avere poche cartucce da sparare. Motivo per il quale adesso più che mai servono idee chiare, progetti seri, dichiarazioni oneste: questo si può fare, questo no. Bari chiede trasparenza, non è di certo una pretesa irragionevole.

La stagione '20/'21 sta lì a ricordarlo, più come un monito che come una lezione: sbagliare sì, ma sempre con la consapevolezza di aver fatto il meglio possibile. E quest'anno, in casa SSC Bari, nessuno può avanzare un'affermazione del genere.
  • ssc bari
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