Bari-Frosinone: Mirco Antenucci in azione. <span>Foto SSC Bari</span>
Bari-Frosinone: Mirco Antenucci in azione. Foto SSC Bari
Calcio

Continua il "tabù grande pubblico", ma il Bari è promosso all'esame maturità

I galletti fanno 0-0 col Frosinone, spinti dal principio di realtà. Meglio non perdere, secondo posto a contatto

E sono sette. Il Bari fa 0-0 con il Frosinone davanti ai 38.500 spettatori del San Nicola e centra il suo settimo risultato utile consecutivo. Un'ottima notizia per Mignani e i suoi, che però devono fare i conti con l'ennesimo digiuno di vittorie davanti al pubblico delle grandi occasioni.

Un problema che sta interrogando tutti gli psicologi della domenica tra gli appassionati biancorossi, ma che non sembra trovare una spiegazione esaustiva. Peso della pressione? Coincidenza? Aspettative troppo alte? Importanza dell'obiettivo? Forse tutte queste spiegazioni vanno bene, e di conseguenza nessuna sembra sufficiente a spiegare come il Bari si faccia frenare, piuttosto che sospingere, dal grande pubblico.
Ma, c'è un ma... Sì, perché è difficile non pensare come la squadra di Mignani, nel pareggio contro il Frosinone, abbia fatto un bel passo avanti rispetto all'ultima uscita davanti al San Nicola stracolmo. Già, perché fra Bari-Genoa e Bari-Frosinone ci sono delle belle differenze, che non possono essere ignorate.
Sì, perché a oggi la partita di santo Stefano con i grifoni rimane l'unico, vero, rimpianto che i galletti si portano sul groppone. Una partita che il Bari avrebbe meritato di vincere, e che invece perse, sta di fatto permettendo ai rossoblù di essere virtualmente davanti (devono però fare punti oggi con la Ternana a Marassi) nell'avvincente testa a testa per la promozione diretta.
Cosa è cambiato tra Genoa e Frosinone nel giro di due mesi e mezzo? L'aderenza che la squadra di Mignani sembra aver acquisito al principio di realtà. Sì, perché stavolta il Bari fa una gara "intelligente", con buona pace dei puristi che - invece - vorrebbero vedere i biancorossi sempre attaccare con le bandiere al vento e il colpo in canna.
Non è così che si raggiungono i risultati, soprattutto se a guidare le danze c'è un allenatore che ripete come un mantra: se non puoi vincere, allora non perdere. E il Bari, stavolta, non perde; il punto strappato al Frosinone pesa come il piombo, nell'economia di una classifica ancora straordinariamente corta.
Sì, perché il Frosinone è più forte del Bari, e non deve esserci vergogna ad ammetterlo. La squadra di Grosso ha polverizzato la corsa al primo posto; classifica e qualità delle prestazioni parlano per i ciociari. Mignani lo capisce, e fin dall'inizio punta su un assetto più conservativo: dentro Molina, con Maita sposato a sinistra, per creare le coppie nei duelli individuali. Da una parte Pucino e Molina tengono a bada Oyono e Caso, dall'altra Maita e Ricci vanno a contendere campo a Báez e Sampirisi: tutto troppo elementare per non capire l'utilità della mossa.
E, nei fatti, il primo tempo è di quelli equilibrati. Ago della bilancia è Ricci, che prima scalda i guantoni di Turati, poi salva da campione difensivo sulla linea il tiro di Rohden. Bari e Frosinone se le danno, senza paura di prenderle, e ne viene fuori una partita di altissimo profilo. Quando il signor Aureliano (molto, forse troppo, prodigio nella distribuzione dei gialli) decide di spaccare l'equilibrio con un rigore inesistente per il Frosinone, il Var interviene per ripristinare la verità.
Tutto cambia nella ripresa, quando al Bari viene meno la lucidità necessaria per far male con l'arma del contropiede; Grosso manda dentro l'artiglieria pesante con Bidaoui, Moro e Insigne, ma dall'altra parte il muro Di Cesare (ammonito in diffida come Maiello, le loro assenze a Terni saranno belle gatte da pelare) dice che non si passa. Mignani prova a scombinare le carte con gli ingressi di Morachioli e Benali, ma il Bari non ne ha abbastanza e preferisce proteggersi. A conti fatti, la scelta è giusta, anche se l'utilizzo di Benedetti sulla trequarti alle spalle di Antenucci-Cheddira non sortisce gli effetti sperati in termini di attacco alla profondità.
A ogni modo, non aver fatto goal alla migliore difesa del campionato è un fatto assai nella norma; non averne presi contro il miglior attacco del torneo è una piccola medaglia che i galletti possono appendersi al petto.
Ed è anche comprensibile l'apparentemente dilanio nel post gara di Mignani, combattuto tra il desiderio di vedere in campo una squadra più coraggiosa e la documentazione di averla sfangata contro il più preparato avversario della serie B. Va, comunque, sottolineata la prontezza di spirito della squadra nella lettura dei momenti. Se la scelta è tra una coraggiosa sconfitta e un sapiente pareggio, siamo certi di sapere da che parte pende la bilancia di Mignani.
Nessun grande obiettivo è stato mai raggiunto senza compromessi, e il pari con i gialloblù è il compromesso che deve fare una squadra partita per salvarsi, e che ora si gioca l'obiettivo grosso con la speranza concreta di raggiungerlo. Se questo era un esame di sangue freddo, il compito è pienamente superato.
È la partita della maturità per il Bari; quella maturità che altre volte era sfuggita, ora è conquistata con realismo e grande senso pratico. E non senza una buona dose di umiltà, quella che a Mignani mai manca. Il tecnico stesso l'ha definita una prova di maturità; sempre con buona pace dei puristi, si fa un'enorme fatica a non dargli ragione.
E ora? Tecnico, dirigenza e squadra ripetono il ritornello: partita dopo partita, poi si è vedrà. Per ora, la prossima sfida si chiama Ternana: sempre con grande realismo, bisogna tornare a prendere la posta piena in palio. Ci va di mezzo un sogno che val la pena coltivare fino all'ultimo respiro.
  • ssc bari
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