
Cronaca
"Codice interno", le mani dei clan sulla politica. «Olivieri si rivolse ai Parisi»
Le motivazioni della condanna in abbreviato di 103 imputati: l'ex consigliere regionale scelse di impegnarsi a favore della moglie
Bari - mercoledì 18 marzo 2026
9.59
«L'iniziativa di stringere gli accordi elettorali illeciti non è stata intrapresa dalle organizzazioni criminali - è scritto - bensì da un imputato noto nel contesto politico locale e vicino ad ambienti istituzionali, che per primo s'è rivolto a frange della criminalità organizzata al fine di supportare la candidatura della propria coniuge».
È questo, scrive il giudice dell'udienza preliminare Giuseppe De Salvatore nelle 1.723 pagine di motivazioni della sentenza con cui a dicembre ha condannato 103 imputati di "Codice interno", il crocevia dei rapporti tra la mafia e la politica a Bari intorno alle elezioni amministrative 2024. Quelle in cui l'ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, l'uomo centrale dell'indagine condannato a 9 anni per voto di scambio ed estorsione, si sarebbe alleato con tre clan in un sistema di vari favori.
Dai capi storici come Savino Parisi e Eugenio Palermiti (entrambi condannati a 11 anni), ai loro parenti e fiancheggiatori, si passa ai loro sodali incensurati, quelli che rappresentavano la mano del clan nelle aziende pubbliche del Comune in cui la situazione, è scritto in sentenza, «è stata resa possibile, quantomeno, da una forma di apparente tolleranza da parte dei suoi amministratori». L'inchiesta riguarda infatti i vertici e gli affiliati del gruppo Parisi-Palermiti del quartiere Japigia.
L'indagine, rileva il gup, «dimostra emblematicamente l'infiltrazione dei Parisi nel circuito economico realizzata attraverso l'imposizione di un sistema clientelare di assunzioni» nell'azienda comunale dei trasporti, rivelato dal collaboratore Nicola De Santis che ha evidenziato «la colonizzazione dell'Amtab da parte dei Parisi e la trasformazione della municipalizzata in un ufficio di collocamento», uno scenario che è risultato «vigorosamente riscontrato da numerose intercettazioni».
Il clan era dunque in grado di gestire traffici di droga, estorsioni, armi, ma anche di influenzare il voto, fornendo a Olivieri le preferenze necessarie a far eleggere in consiglio comunale (con il centro- destra) la moglie Maria Carmen Lorusso. Soprattutto, dice la sentenza, Olivieri si rivolse a Lovreglio e ai De Tullio (e anche agli Strisciuglio e ai Montani) proprio perché appartenenti alla mafia: Tommaso Lovreglio era il nipote acquisito di Savino Parisi, storico boss del quartiere Japigia.
«L'obiezione inerente all'assenza di consapevolezza» della mafiosità degli interlocutori «risulta smentita dai dati probatori», dalle intercettazioni che dimostrano «un meccanismo che era ben conosciuto dai principali protagonisti del voto di scambio». Con il clan che, per accontentare tutti, ricorreva pure al voto disgiunto.
È questo, scrive il giudice dell'udienza preliminare Giuseppe De Salvatore nelle 1.723 pagine di motivazioni della sentenza con cui a dicembre ha condannato 103 imputati di "Codice interno", il crocevia dei rapporti tra la mafia e la politica a Bari intorno alle elezioni amministrative 2024. Quelle in cui l'ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, l'uomo centrale dell'indagine condannato a 9 anni per voto di scambio ed estorsione, si sarebbe alleato con tre clan in un sistema di vari favori.
Dai capi storici come Savino Parisi e Eugenio Palermiti (entrambi condannati a 11 anni), ai loro parenti e fiancheggiatori, si passa ai loro sodali incensurati, quelli che rappresentavano la mano del clan nelle aziende pubbliche del Comune in cui la situazione, è scritto in sentenza, «è stata resa possibile, quantomeno, da una forma di apparente tolleranza da parte dei suoi amministratori». L'inchiesta riguarda infatti i vertici e gli affiliati del gruppo Parisi-Palermiti del quartiere Japigia.
L'indagine, rileva il gup, «dimostra emblematicamente l'infiltrazione dei Parisi nel circuito economico realizzata attraverso l'imposizione di un sistema clientelare di assunzioni» nell'azienda comunale dei trasporti, rivelato dal collaboratore Nicola De Santis che ha evidenziato «la colonizzazione dell'Amtab da parte dei Parisi e la trasformazione della municipalizzata in un ufficio di collocamento», uno scenario che è risultato «vigorosamente riscontrato da numerose intercettazioni».
Il clan era dunque in grado di gestire traffici di droga, estorsioni, armi, ma anche di influenzare il voto, fornendo a Olivieri le preferenze necessarie a far eleggere in consiglio comunale (con il centro- destra) la moglie Maria Carmen Lorusso. Soprattutto, dice la sentenza, Olivieri si rivolse a Lovreglio e ai De Tullio (e anche agli Strisciuglio e ai Montani) proprio perché appartenenti alla mafia: Tommaso Lovreglio era il nipote acquisito di Savino Parisi, storico boss del quartiere Japigia.
«L'obiezione inerente all'assenza di consapevolezza» della mafiosità degli interlocutori «risulta smentita dai dati probatori», dalle intercettazioni che dimostrano «un meccanismo che era ben conosciuto dai principali protagonisti del voto di scambio». Con il clan che, per accontentare tutti, ricorreva pure al voto disgiunto.


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