Fabiola Palumbo
Fabiola Palumbo
Scuola e Lavoro

Da Bari al G20 Global Youth Summit: Fabiola rappresenta gli studenti

"Accettare di poter sbagliare, la scuola potrebbe essere palestra in questo"

Bari presente al G20 Global Youth Summit grazie alla giovane Fabiola Palumbo, specializzata in Psicologia sociale, del lavoro e della comunicazione e attualmente youth worker per l'Agenzia Regionale Puglia per la Tecnologia e l'Innovazione.

La giovane, che si è sempre distinta per la sua attenzione alle tematiche sociali, al mondo dei giovani e alla loro partecipazione alla vita educativa e comunitaria, è stata scelta come portavoce italiana per questo evento di confronto sui sistemi educativi di ciascuna nazione partecipante.

L'abbiamo intervistata per scoprire di più sulle sue idee e sul suo impegno.
  • Cosa significa per te essere stata scelta come delegata italiana per il G20 Global Youth Summit?
«Sono rimasta veramente sorpresa per questa scelta perché è stata fatta senza una mia candidatura, sulla base dei miei profili social. Sono felice di questo perché vuol dire che i messaggi che sto diffondendo sono chiari. Sento però di avere una grande responsabilità: rappresentare gli studenti non è facile e, nonostante l'abbia fatto per anni all'Università, ho sempre timore di non essere in grado di portare a voce i bisogni di questa generazione. In questo caso mi confronterò con gli altri delegati G20 proprio su queste visioni, spero che qualche studentessa o studente italiano, sentendomi, si senta riconosciuto e possa dire di aver sentito dalla mia voce i suoi pensieri».
  • Quali temi affrontate e qual è quello che a te sta più a cuore?
«Ognuno di noi delegati è stato invitato a parlare del sistema scolastico ed educativo della nazione, identificando i punti di forza e quelli da migliorare. Nel mio discorso affronto diversi temi: i programmi scolastici, la metodologia didattica frontale, il diritto allo studio, la competizione sulla base del merito e l'importanza di creare una comunità educante che vada oltre la scuola o l'università come istituzione. Fatico a dire il tema che mi sta più a cuore. In questo momento per motivi di lavoro sto approfondendo molto il tema delle comunità come rete di relazioni e spazi inclusivi per i giovani, con l'obiettivo di renderli protagonisti e non semplici fruitori di programmi: queste riflessioni hanno un riscontro concreto per le metodologie educative e scolastiche che per me devono andare sempre di più verso l'educazione non formale e alla pari. Però i fatti di cronaca recenti mi portano ad evidenziare il problema del merito nel sistema educativo e scolastico. C'è un problema collettivo nella nostra generazione nell'accettare di poter sbagliare, la scuola potrebbe essere una palestra in questo: perché invece di puntare alla miglior performance non si punta all'educazione basata sul miglioramento nella risoluzione progressiva di errori? Per me le istituzioni educative devono servire a educare, non a premiare chi è in una situazione di vantaggio. Con il mio discorso spero di poter essere la voce dei tanti "non eccellenti" che ogni giorno vivono le scuole e le università italiane».
  • Nell'ambito degli studi e delle esperienza lavorativa che hai svolto, che tipo di contributo porterai?
«Parto dal discorso del fallimento appena detto: io non sono mai stata eccellente in qualcosa, tranne che durante gli ultimi due anni di università. Sia durante gli anni di liceo che di triennale sono stata una studentessa mediocre. Scelsi di fare il liceo scientifico senza una reale riflessione, e infatti capii ben presto di non essere portata per la matematica: prendevo quasi sempre voti sotto la sufficienza e durante l'ultimo anno quasi rinunciai a capirla. I programmi andavano troppo veloci per me, ricordo che mi sentivo schiacciata dalle richieste del sistema scolastico. Durante quegli anni decisi di dedicare più tempo all'attivismo e alla rappresentanza, probabilmente anche perché sentivo il bisogno di essere considerata brava in qualcosa che non fossero le materie scientifiche, quello che facevo fuori dai muri della classe è diventato prima un'idea di studio universitario e poi il mio lavoro. Non entrerò nel dettaglio, però ho una laurea in psicologia sociale e da un paio d'anni lavoro proprio nei programmi educativi e sulle politiche giovanili di diverse organizzazioni non governative e istituzioni. Tutto il discorso che ho scritto dipende da queste esperienze cominciate durante gli anni di liceo, se non le avessi fatte non sarei né stata chiamata né avrei potuto portare quelle riflessioni agli altri delegati».
  • Cosa porterai con te di questa esperienza?
«I discorsi degli altri delegati: sentire come funziona il sistema educativo negli altri Paesi può portare delle idee per programmi da attuare qui in Italia e, chissà, magari proprio a Bari».

Il discorso integrale di Fabiola è disponibile nell'allegato sottostante.
  • Università
  • Scuola
  • spazio giovani
  • studenti
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