Sicurezza sul lavoro, Gesmundo (Cgil): «In Puglia media di un morto a settimana»
Il segretario generale del sindacato: «Lo scorso anno abbiamo contato 53 deceduti e 31mila infortuni»
lunedì 12 ottobre 2020
8.48
«Un morto a settimana in Puglia. Tre morti al giorno di media in Italia. La prima impellente necessità è non limitarsi a guardare questi dati pensando a semplici numeri e statistiche: sono vite umane distrutte, sono famiglie devastate e quasi sempre lasciate sole. Non bastano le indignazioni e la costernazione, mai come in questa fase in cui si somma anche l'emergenza sanitaria, occorre una massima attenzione al rispetto delle persone e del lavoro». Così il segretario generale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, in occasione della giornata dedicata alle vittime del lavoro in Italia che si è celebrata domenica 11 ottobre.
«Lo scorso anno abbiamo contato 53 deceduti, ma non meno preoccupante è il dato degli infortuni, quasi 31mila che significano 84 incidenti ogni giorno - dettaglia Gesmundo. Infortuni che significano spesso menomazioni fisiche e traumi psicologici. Nei primi otto mesi del 2020 già registriamo 37 morti contro i 31 dello stesso periodo dello scorso anno. Nonostante il diffuso blocco produttivo causato dal virus. Ventuno di questi si registrano nel settore da sempre che presenta incidenze maggiori, ovvero quello dell'industria e servizi con 21 vittime. Cala il numero di infortuni da gennaio ad agosto, da 20mila a 14.500, e anche in questo caso quasi l'80 per cento degli incidenti si registra nell'industria».
Un aumento del numero delle vittime sul lavoro in questi primi mesi dell'anno è legato alla diffusione del virus: sono state 10 le denunce mortali, mentre 1.246 quelle di infortunio da Covid. «Il dato più eclatante riguarda chi lavora nei servizi socio sanitari, da cui proviene il 73% delle denunce di infortunio per infezione. Abbiamo un prezzo alto all'inizio quando non tutte le strutture erano dotate di dispositivi di prevenzione e sicurezza, e oggi che il virus torna a girare in modo importante la speranze è che tutte le strutture, dagli ospedali alle Rsa – siano attrezzate a garanzia di chi lavoro e dei pazienti», prosegue Gesmundo.
«La sicurezza del lavoro deve essere una delle priorità delle politiche nel Paese, dal punto di vista legislativo sul versante della prevenzione e formazione, di contro le percentuali di irregolarità altissime che si registrano, come certifica il report dell'Ispettorato nazionale del lavoro e che sfiorano il 70%, a fronte dell'oggettivamente basso numero di imprese interessate dai controlli, spingono quasi all'impunità e alla violazione delle norme. È allora fondamentale la presa di coscienza dei lavoratori, anche lì dove non ci sono le rappresentanze sindacali per la sicurezza. Ma sappiamo bene come in una fase dove il lavoro è sempre più precario, possono svilupparsi dinamiche perverse dove lo scambio reddito-sicurezza comporta spesso rischi maggiori e incidenti», insiste il segretario generale della Cgil Puglia.
«Come Cgil – conclude Gesmundo – siamo fortemente impegnati in attività di formazione degli Rls, che devono conoscere le norme e l'organizzazione produttiva dei luoghi di lavoro, per individuare criticità e soluzioni possibili che mettano al riparo l'integrità di chi lavora. Prevenzione e formazione e partecipazione dei lavoratori sono le strade da seguire per fermare questa guerra che si chiama lavoro. Non si può e non si deve morire, o infortunarsi o ammalarsi nell'adempimento dell'elemento centrale della nostra società che è il lavoro, men che meno se questo accade solo per massimizzare i profitti di imprenditori senza scrupoli».
«Lo scorso anno abbiamo contato 53 deceduti, ma non meno preoccupante è il dato degli infortuni, quasi 31mila che significano 84 incidenti ogni giorno - dettaglia Gesmundo. Infortuni che significano spesso menomazioni fisiche e traumi psicologici. Nei primi otto mesi del 2020 già registriamo 37 morti contro i 31 dello stesso periodo dello scorso anno. Nonostante il diffuso blocco produttivo causato dal virus. Ventuno di questi si registrano nel settore da sempre che presenta incidenze maggiori, ovvero quello dell'industria e servizi con 21 vittime. Cala il numero di infortuni da gennaio ad agosto, da 20mila a 14.500, e anche in questo caso quasi l'80 per cento degli incidenti si registra nell'industria».
Un aumento del numero delle vittime sul lavoro in questi primi mesi dell'anno è legato alla diffusione del virus: sono state 10 le denunce mortali, mentre 1.246 quelle di infortunio da Covid. «Il dato più eclatante riguarda chi lavora nei servizi socio sanitari, da cui proviene il 73% delle denunce di infortunio per infezione. Abbiamo un prezzo alto all'inizio quando non tutte le strutture erano dotate di dispositivi di prevenzione e sicurezza, e oggi che il virus torna a girare in modo importante la speranze è che tutte le strutture, dagli ospedali alle Rsa – siano attrezzate a garanzia di chi lavoro e dei pazienti», prosegue Gesmundo.
«La sicurezza del lavoro deve essere una delle priorità delle politiche nel Paese, dal punto di vista legislativo sul versante della prevenzione e formazione, di contro le percentuali di irregolarità altissime che si registrano, come certifica il report dell'Ispettorato nazionale del lavoro e che sfiorano il 70%, a fronte dell'oggettivamente basso numero di imprese interessate dai controlli, spingono quasi all'impunità e alla violazione delle norme. È allora fondamentale la presa di coscienza dei lavoratori, anche lì dove non ci sono le rappresentanze sindacali per la sicurezza. Ma sappiamo bene come in una fase dove il lavoro è sempre più precario, possono svilupparsi dinamiche perverse dove lo scambio reddito-sicurezza comporta spesso rischi maggiori e incidenti», insiste il segretario generale della Cgil Puglia.
«Come Cgil – conclude Gesmundo – siamo fortemente impegnati in attività di formazione degli Rls, che devono conoscere le norme e l'organizzazione produttiva dei luoghi di lavoro, per individuare criticità e soluzioni possibili che mettano al riparo l'integrità di chi lavora. Prevenzione e formazione e partecipazione dei lavoratori sono le strade da seguire per fermare questa guerra che si chiama lavoro. Non si può e non si deve morire, o infortunarsi o ammalarsi nell'adempimento dell'elemento centrale della nostra società che è il lavoro, men che meno se questo accade solo per massimizzare i profitti di imprenditori senza scrupoli».