Omicidio Lopez, la 19enne uccisa a Molfetta: «Scena da far west»
Rese note le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna del killer reo-confesso Michele Lavopa a 18 anni
giovedì 7 maggio 2026
17.14
«Una scena di duellanti da far west». Così la giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Bari, Susanna De Felice, definisce quanto avvenuto il 22 settembre 2024 nella discoteca Bahia di Molfetta, quando fu uccisa la 19enne Antonella Lopez. Lo si legge nelle motivazioni della condanna a 18 anni per Michele Lavopa.
La vittima era in compagnia del gruppo di Eugenio Palermiti che rimase ferito, insieme ad altri suoi amici, da alcuni dei sette colpi sparati da Lavopa, per il quale è stata riconosciuta l'aggravante del metodo mafioso. Nel processo erano imputati due amici di Lavopa accusati di favoreggiamento: il 23enne Giuseppe Fresa che avrebbe aiutato Lavopa a disfarsi dell'arma (2 anni e 8 mesi), e il 22enne Mario Ruta accusato, alla pari di Fresa, di aver nascosto l'arma del delitto (2 anni).
Per la gup, il delitto si inserisce nell'ambito «dell'abitudine, da parte di soggetti appartenenti o, comunque, vicini a clan mafiosi di attuare proprio in locali pubblici affollati e frequentati le proprie azioni di sopraffazione». L'ultimo di questi episodio è l'omicidio di Filippo Scavo. «Lavopa ha esploso numerosi colpi nei confronti del gruppo percepito come rivale, proprio dopo lo scambio di sguardi e di parole con gli elementi del gruppo di Palermiti, ponendo il braccio ad altezza d'uomo».
Un gesto commesso «a volto scoperto, con modalità platealmente violente e cruente, con assoluta noncuranza del rischio di essere notato dai testimoni presenti e di essere identificato». Ma il gesto di Lavopa provocò il movimento dei ragazzi del gruppo di Palermiti. Nelle motivazioni la gup si sofferma molto anche sulla figura di Palermiti junior che «nel contesto in cui è avvenuto l'omicidio ha agito richiamando il prestigio criminale dell'associazione mafiosa a lui riconducibile».
E questo, sia per essersi presentato armato nel locale, sia per essere entrato col suo gruppo in discoteca «di prepotenza, senza pagare il biglietto». Atteggiamenti da «boss in erba» che avrebbero causato un «effetto intimidatorio» nei confronti degli addetti alla sicurezza. «Di tredici addetti alla sicurezza presenti per tutto il corso della serata, nessuno ha (riferito di aver) assistito alla scena della sparatoria e nessuno si è adoperato per individuare i responsabili e impedirne l'uscita».
Ma la giudice nota anche come il clima di omertà creato dalla vicenda abbia colpito le persone presenti: «È semplicemente assurdo anche solo ipotizzare che in un locale affollato non ci sia stata una persona che abbia assistito alla scena. Il tutto a dimostrazione dell'omertà indotta dai soggetti coinvolti nella sparatoria».
La vittima era in compagnia del gruppo di Eugenio Palermiti che rimase ferito, insieme ad altri suoi amici, da alcuni dei sette colpi sparati da Lavopa, per il quale è stata riconosciuta l'aggravante del metodo mafioso. Nel processo erano imputati due amici di Lavopa accusati di favoreggiamento: il 23enne Giuseppe Fresa che avrebbe aiutato Lavopa a disfarsi dell'arma (2 anni e 8 mesi), e il 22enne Mario Ruta accusato, alla pari di Fresa, di aver nascosto l'arma del delitto (2 anni).
Per la gup, il delitto si inserisce nell'ambito «dell'abitudine, da parte di soggetti appartenenti o, comunque, vicini a clan mafiosi di attuare proprio in locali pubblici affollati e frequentati le proprie azioni di sopraffazione». L'ultimo di questi episodio è l'omicidio di Filippo Scavo. «Lavopa ha esploso numerosi colpi nei confronti del gruppo percepito come rivale, proprio dopo lo scambio di sguardi e di parole con gli elementi del gruppo di Palermiti, ponendo il braccio ad altezza d'uomo».
Un gesto commesso «a volto scoperto, con modalità platealmente violente e cruente, con assoluta noncuranza del rischio di essere notato dai testimoni presenti e di essere identificato». Ma il gesto di Lavopa provocò il movimento dei ragazzi del gruppo di Palermiti. Nelle motivazioni la gup si sofferma molto anche sulla figura di Palermiti junior che «nel contesto in cui è avvenuto l'omicidio ha agito richiamando il prestigio criminale dell'associazione mafiosa a lui riconducibile».
E questo, sia per essersi presentato armato nel locale, sia per essere entrato col suo gruppo in discoteca «di prepotenza, senza pagare il biglietto». Atteggiamenti da «boss in erba» che avrebbero causato un «effetto intimidatorio» nei confronti degli addetti alla sicurezza. «Di tredici addetti alla sicurezza presenti per tutto il corso della serata, nessuno ha (riferito di aver) assistito alla scena della sparatoria e nessuno si è adoperato per individuare i responsabili e impedirne l'uscita».
Ma la giudice nota anche come il clima di omertà creato dalla vicenda abbia colpito le persone presenti: «È semplicemente assurdo anche solo ipotizzare che in un locale affollato non ci sia stata una persona che abbia assistito alla scena. Il tutto a dimostrazione dell'omertà indotta dai soggetti coinvolti nella sparatoria».