Giornata della Memoria, il Bari ricorda Árpád Weisz e le vittime della Shoah
Rinnovato l'impegno del club di Strada Torrebella contro ogni forma di razzismo
martedì 27 gennaio 2026
12.25
«"Meditate che questo è stato". Ad Árpád Weisz - allenatore del Bari nel campionato 1931/32 morto in una camera a gas ad Auschwitz nel 1944 -, a tutte le vittime dell'Olocausto e di tutti i genocidi della storia mondiale dedichiamo il nostro pensiero nella Giornata della Memoria».
Così la SSC Bari ha celebrato oggi, 27 gennaio, una delle figure più importanti della storia del club, l'ungherese Árpád Weisz, che guidò il Bari alla salvezza nella stagione 1931-1932, dopo aver vinto uno scudetto con l'Inter, allora chiamata Ambrosiana-Inter per volontà del regime fascista. A lui sono legati i ricordi di un'altra piazza importante del calcio italiano, Bologna, squadra con cui nel 1936-1937 vinse un altro tricolore, il più clamoroso, con soli 14 calciatori utilizzati, rompendo il dominio della Juventus.
LA TRAGEDIA DELLA DEPORTAZIONE E DEI CAMPI DI LAVORO E STERMINIO
Con la leggi razziali, gli ebrei stranieri arrivati in Italia dopo il 1919 furono costretti a lasciare il Paese. Weisz e la sua famiglia trovarono rifugio prima Bardonecchia, sul confine franco-piemontese, poi a Parigi ed infine a Dordrecht in Olanda, dove il tecnico allenò la squadra locale, salvando la squadra cittadina dalla retrocessione, con un altro piccolo miracolo calcistico, in uno spareggio contro il più blasonato Utrecht e dopo aver battuto anche Ajax e Feyenoord.
Quando nel 1942 la Germania nazista occupò i Paesi Bassi, i figli Roberto e Clara, nati a Milano, furono espulsi da scuola e poi per Weisz divenne impossibile lavorare, dopo che il commissariato di Polizia locale aveva sostanzialmente imposto alla società del Dordrecht di licenziarlo. Il 2 agosto 1942 la famiglia fu arrestata dalla Gestapo e sua moglie Elena ed i due figli Roberto e Clara furono uccisi il 7 ottobre ad Auschwitz, mentre Árpád finì nel campo di lavoro polacco di Cosel. Dopo quindici mesi di lavori forzati, Weisz venne definitivamente ricondotto ad Auschwitz, dove trovò la morte in una camera a gas il 31 gennaio 1944. Aveva appena 47 anni.
Oggi, nel giro turistico del ghetto ebraico di Budapest, alcune guide celebrano giustamente la figura di un grande ungherese come Weisz, tra i giusti della nazione e sovente comitive di baresi gli rendono un doveroso omaggio. Tra di essi anche giovanissimi, speranza che quell'orrore abbia insegnato qualcosa. Le cronache contemporanee ci dicono purtroppo il contrario.
Così la SSC Bari ha celebrato oggi, 27 gennaio, una delle figure più importanti della storia del club, l'ungherese Árpád Weisz, che guidò il Bari alla salvezza nella stagione 1931-1932, dopo aver vinto uno scudetto con l'Inter, allora chiamata Ambrosiana-Inter per volontà del regime fascista. A lui sono legati i ricordi di un'altra piazza importante del calcio italiano, Bologna, squadra con cui nel 1936-1937 vinse un altro tricolore, il più clamoroso, con soli 14 calciatori utilizzati, rompendo il dominio della Juventus.
LA TRAGEDIA DELLA DEPORTAZIONE E DEI CAMPI DI LAVORO E STERMINIO
Con la leggi razziali, gli ebrei stranieri arrivati in Italia dopo il 1919 furono costretti a lasciare il Paese. Weisz e la sua famiglia trovarono rifugio prima Bardonecchia, sul confine franco-piemontese, poi a Parigi ed infine a Dordrecht in Olanda, dove il tecnico allenò la squadra locale, salvando la squadra cittadina dalla retrocessione, con un altro piccolo miracolo calcistico, in uno spareggio contro il più blasonato Utrecht e dopo aver battuto anche Ajax e Feyenoord.
Quando nel 1942 la Germania nazista occupò i Paesi Bassi, i figli Roberto e Clara, nati a Milano, furono espulsi da scuola e poi per Weisz divenne impossibile lavorare, dopo che il commissariato di Polizia locale aveva sostanzialmente imposto alla società del Dordrecht di licenziarlo. Il 2 agosto 1942 la famiglia fu arrestata dalla Gestapo e sua moglie Elena ed i due figli Roberto e Clara furono uccisi il 7 ottobre ad Auschwitz, mentre Árpád finì nel campo di lavoro polacco di Cosel. Dopo quindici mesi di lavori forzati, Weisz venne definitivamente ricondotto ad Auschwitz, dove trovò la morte in una camera a gas il 31 gennaio 1944. Aveva appena 47 anni.
Oggi, nel giro turistico del ghetto ebraico di Budapest, alcune guide celebrano giustamente la figura di un grande ungherese come Weisz, tra i giusti della nazione e sovente comitive di baresi gli rendono un doveroso omaggio. Tra di essi anche giovanissimi, speranza che quell'orrore abbia insegnato qualcosa. Le cronache contemporanee ci dicono purtroppo il contrario.